"Nulla dies sine linea"- Plinio il Vecchio

venerdì 16 gennaio 2009

San Francesco al Prato, il Tempietto… prendi il sole e respiri la storia- Perugia nelle parole dei giovani che ci studiano e ci lavorano

Una chiacchierata tra ragazzi su come vivono questa città. Pensavo fosse più difficile come cosa, insomma, dopo tutto questo “rumore” intorno all’argomento "Perugia città scandalo"… invece non lo è stato. Ecco com’è andata a finire.

Come vivete Perugia e dentro di essa?
FABIO da Lucera: Perugia è una città universitaria e questo la rende “facile” sotto alcuni punti di vista: conosci tanta gente e spesso ti capita di fare due chiacchiere con chi non conosci, anche ogni giorno. In biblioteca, sulle scalette del Duomo, al supermercato, in facoltà, ovunque. Questo è stupendo, ma lo è ancora di più quando poi ti incroci per caso per strada e questa persona ti sorride. Vivo bene Perugia per questo, ma andando oltre questo aspetto alcune cose mi lasciano perplesso…

ANTONIO da San Giovanni Rotondo: So a cosa ti riferisci… servizi ed eventi ad esempio. In primis la mobilità, che secondo me è uguale a zero, soprattutto per i disabili o per gli anziani. Mia nonna è venuta a trovarmi solo una volta… “troppe scale”, dice. Perugia è sì a misura d’uomo, ma molto lascia a desiderare. Anche io la vivo bene, ma so che potrei viverci meglio. Non vedo attenzione per gli studenti, e non solo per agevolazioni economiche, anche e soprattutto per i servizi, sottolineooo! Le biblioteche chiudono alle 18.50, e non offrono una connessione internet wireless.

ALESSANDRO da Lecce: La biblioteca comunale mette a disposizione ad esempio solo sei computer, se non sbaglio. Invece quella della facoltà di scienze politiche ti da la possibilità di connetterti solo per un’ora. Gli internet caffè dovrebbero aumentare e la stessa università dovrebbe mettere a disposizione il wifi. Siamo nel 2008!

NICOLA da San Giovanni Rotondo: Non parliamo di Università perché mi vengono subito in mente i metodi di insegnamento di molti professori che si basano solo sui libri di testo. Non ci sono esercizi di simulazione ad esempio… di come lavora una banca. Ma molto più semplicemente, basterebbe aprire prima di ogni lezione il Sole24 ore e da lì spiegare l’economia. Io studio economia! (strizza l’occhio e sorride). E se hai intenzione di studiare la notte in facoltà l’unica aula aperta è la bunker, vicino al Rettorato… ma qualcuno ha dimenticato che l’inverno è freddo, e qui non si scherza mica. La soluzione? Tutti muniti di sciarpa e cappello.

E la donna del gruppo ritorna su Perugia e dice…
SILVIA da Canosa di Puglia: Perugia è ricca di iniziative, è una città giovane. L’aria che si respira è giovane…

FABIO: Io adoro vivere il centro storico. In Piazza IV Novembre sempre qualcuno seduto su uno scalino, o preso dalla lettura di un libro o dalle chiacchiere tra gli amici. Che sia giorno o sera non importa, queste mura sempre sembrano quasi racchiudere in un villaggio medioevale giovani di tutto il mondo e di tutte le razze. Senti vivere questi angoli, gli stessi scorci ai quali si ispirava il Perugino. La gente. Questa credo sia la vera ricchezza di Perugia.

ALESSANDRO: Si, questo si, ma è una piazza sola a racchiudere tutto questo. Ci sono molti spazi carini…mmh ..San Francesco al prato, il Tempietto… Poi ci sono piazza Italia e i Giardini Carducci che spesso la sera sembrano appartenere ai perugini, a volte sembra quasi che il corso faccia da divisorio tra i due luoghi. A volte, perché altre volte senti qualcuno vicino a te che ti dice “o cocco!”

ERNESTO da Cosenza: Io e Irene abitiamo in zona Fontiveggie e purtroppo frequentiamo molto poco il centro. Uscire in auto, soprattutto durante il giorno, è praticamente una sfida… anche contro i vigili urbani!

ANTONIO: Non ci sono autobus notturni in città, e le corse ci sono ogni venti minuti. Adesso con il minimetrò…

GIUSEPPE da Maratea: Finalmente! La voglio fare io una domanda a voi ora: ma con il minimetrò Perugia diventa una metropoli?

Scoppia una risata dalle bocche di tutti

Invece gli eventi? Culturali… musicali… del palato… .
NICOLA: Palato? La cucina umbra è squisita.

SILVIA: Su questo siamo tutti d’accordo, no?

Tutti annuiscono

FABIO: Gli eventi sono molti rispetto ad esempio alla maggior parte dei paesi del Sud Italia. Ce ne sono molti che seguo con passione: Batik film festival ad ottobre, Umbria libri, mostre… anche se potrebbero essere molte di più, e poi Ubriajazz…

SILVIA: Avete mai visto la foto esposta in un bar del centro dove Corso Vannucci è simile a Woodstock? Era Umbriajazz di qualche anno fa ed il corso era un tappeto di sacchi a pelo.

FABIO: Da due anni a questa parte anche l’evento più importante, perché conosciuto a livello internazionale, sembra andare verso la commercializzazione di e stesso. Gli ospiti poi… tornano sempre gli stessi, come se fosse stato firmato un contratto a tempo . La musica è bella perché è varia, soprattutto un genere come il jazz. La musica coinvolge da sempre intere generazioni, parla di storia e di politica, accompagna il cinema e il teatro, ma anche la vita di ognuno di noi. Per questo una manifestazione musicale deve essere vissuta giorno e notte. E poi il jazz diventa anche più affascinante con al chiarore della luna. Si potrebbero pensare a degli spazi per chi non può permettersi di dormire in albergo e a spazi per chiunque volesse suonare un sax, che so. Si potrebbero organizzare più concerti gratuiti, o dal prezzo modico comunque, e magari cambiare la scaletta e i nomi degli artisti rispetto alle edizioni passate.

SILVIA: E’ cambiata anche la generazione. Io ora non dormirei per strada con tutti questi delinquenti e spacciatori…

ALESSANDRO: Secondo me questa anche è una conseguenza del fatto che tutto è concentrato nel centro storico… gli spacciatori sono lì, li vede anche chi non li cerca.

FABIO: E’ verissimo. Purtroppo la cronaca ci dimostra che l’illegalità esiste ovunque in Italia, e a Perugina appare come un fenomeno clamoroso proprio perché è lì dove tutto vive in una così piccola dimensione. Ma non è Perugina sola, è l’Italia intera.

NICOLA: E non sono solo le forze dell’ordine a dover fermare la droga. Ci vorrebbe maggiore sensibilità e maggiore razionalità. Campagne antidroga, leggi nuove, informazione corretta e diversa.

SILVIA: Perugia fa parte di un territorio bellissimo… uno spettacolo semplice ma gioioso, come vedere un libro aperto su un prato verde in primavera. Sarebbe un vero peccato cedere le chiavi di queste mura a chi evidentemente non sa cosa significa vivere la città…

FABIO: Ma siamo in Italia. Spacciatori e politici!

Quando l’arte è verità- Intervista a Pippo Delbono


Attore e regista teatrale, Pippo Delbono aggiunge alla sua esperienza artistica, iniziata negli anni 0ttanta in Danimarca con Ibel Nagen Rasmussen e amplificata con il Wuppertaler Tanztheater di Pina Baush, la realizzazione ed il coordinamento di Guerra (David di Donatello- 2004) e di Grido, due lungometraggi. Una forma d’arte contemporanea la sua, che si presenta sia nei sui film che negli spettacoli a teatro come qualcosa di forte che ogni volta racconta poeticamente la realtà o spazi di realtà. E ogni volta è unica. Sembra quasi che la profondità di quest’uomo, la sua anima, siano captate dalla stessa compagnia che lo segue ormai da quindici anni. Tutto, nel complesso, appare rappresentare uno stesso livello di equilibrio interiore che poi si concretizza nella messa in scena. Non sempre c’è una morale, non sempre c’è un senso e spesso si può anche non capire quello che viene manifestato, ed è proprio qui la chiave di questa magia.

 

Il 6 settembre 2007 ha presentato a Spoleto "Obra Maestra", l'opera lirica sperimentale tratta da un progetto inedito di Frank Zappa che ha sollevato una serie di discussioni e polemiche. E’ molto raro che nel panorama della scena lirica italiana si susciti tanto clamore. Meravigliato di questa eco?

Da una parte si e dall’altra  no, credo che fare l’arte oggi significhi anche scontrarsi con un sistema. Ho lavorato partendo da una creazione basata sul senso comune di una generazione alla quale appartengo, quella cioè di chi ha deciso di mollare tutto per fare l’attore e di andare contro il sistema politico. Non sono capace di mettere in scena qualcosa che non mi appartiene, sono passati venticinque anni da quando i miei spettacoli avevano dei personaggi. In questo senso ho ucciso la narrazione. Obra Maestra chiamandosi opera lirica sperimentale ha in sé il desiderio del cambiamento, di rinnovare qualcosa. Il problema vero è che ci siamo dimenticati che l’arte nasce come fatto di rivolta, poi la borghesia ha preso in mano l’opera e il teatro facendone un qualcosa che appartiene a un mondo che ormai è morto.

 

Dopo l’esperienza del teatro lirico sperimentale di Spoleto, pensa di poter continuare la collaborazione con l’Umbria ed in particolare con Spoleto?

 

Penso che bisogna sempre continuare le cose dettate dall’intuizione: per caso sono venuto a vivere nelle campagne umbre, per caso ho incontrato Claudio Lepore del Teatro sperimentale di Spoleto… quello che queste cose chiedono è un rapporto di passione. Di solito nel nostro Paese i rapporti sono burocratici, tutto si è un po’ inaridito e diventa più importante il rapporto col politico che quello con l’artista. Con Spoleto, contrariamente a quello che succede intorno, abbiamo creduto nel lavoro grazie ad un rapporto di reciproca passione e la passione va seguita, perché passione vuol dire coraggio. Ecco, l’arte è anche questo. Per me è stato abbastanza naturale continuare questa intuizione.

 

 

Lei da anni sta portando avanti un nuovo movimento culturale che si manifesta ad esempio con l’inserimento della musica. Come spiega la scelta delle musiche del chitarrista rock americano? Tra l’altro non è la prima volta che utilizza Frank Zappa…

 

Ho sempre seguito Frank Zappa. La sua musica mi ha spesso accompagnato in momenti della mia vita, per me è stato un grande maestro. La musica è qualcosa che nasce dal sangue, bisogna sentirla. Andare a teatro non significa assistere ad una interpretazione di testi: il teatro è rimasto vecchio, classico, novecentesco se non ottocentesco. Siamo riusciti a far spegnere culturalmente il nostro Paese, forse perché avevamo tutto. I viaggi in terre più povere mi hanno fatto riflettere. In Argentina, dove ci sono movimenti di innovazione cinematografica, dove si inventano tutto e  sperimentano con pochi soldi, esiste un desiderio di trovare nell’arte una forma di riscatto contro il potere, contro le morali falsi, contro la borghesia che vuole dominare. Il nostro Paese soffre del fatto che l’arte non è più un riscatto.

 

Enrico V è la sua unica opera tratta da un testo teatrale. Perché l’unica e perché l’Enrico V?

 

In questo spettacolo mi ha colpito la storia di un uomo che cerca di combattere una cosa impossibile, più grande di lui… combatte contro un grande esercito. Ci sono delle parole nell’Enrico V che sono delle grandi poesie e che ho sentito mie. Parole che ho riconosciuto essere legate ad un momento particolare che ho vissuto… le parole possono essere lette con la vita, e tu ogni volta ci metti dentro una parte di te. Lì ci sono parole che appartenevano alla mia vita… allora non è più solo Shakespeare, ma allo stesso tempo è profondamente Shakespeare.

 

Nel 2002 ha realizzato Guerra e più recentemente un altro olungometraggio, Grido. Com’è il suo rapporto con il cinema?

 

Nel cinema mi sento uno giovane. Nel teatro sono riuscito a fare della mia storia un movimento, ma il cinema è ormai un colosso. Non sanno mai come categorizzare i miei film: non sono documentari, non sono fiction. A me interessa fare il cinema perchè non ho capito qual è la mia categoria e questo mi porta a pensare che c’è qualcosa di vitale.

 

Da quindici anni più o meno ha una sua compagnia. Chi la conosce sa che a questa appartengono persone che sono attori non professionisti. Come mai?

 

Perché sono estremamente bravi. Qualcuno l’ha definito “il teatro dell’handicap”. Non ho parole. La cosa vera è che ho avuto la coincidenza di trovare persone incontrare nei luoghi più isolati, quale un manicomio o le strade di Napoli, persone che portavano sulla scena l’attualità, la bellezza, la poesia. Bobò che io chiamo il piccolo uomo, Gianluca, il bambino down… loro fanno delle cose che ti affascinano. La gente le incontri per i fatti della vita, perché tu stai vivendo un momento particolare. Nel film Grido è evidente come, in un momento legato alla malattia, ero distrutto e volevo stare con le persone che sentivo vicine alla mia condizione. Sono persone straordinarie che pur avendo dei problemi hanno una capacità di magnetismo di cui tutti gli attori affermati si rendono conto. Umberto Orsini in uno spettacolo doveva giocare a palla con Bobò, io gli ho detto di non preoccuparsi perché in scena guardano tutti Bobò. Orsini si è reso conto che questo piccolo uomo, stranamente, quando sale sulla scena ha tutta la sapienza che caratterizza un grande attore. Anche nel cinema succede… quando Bobò guarda in camera ha quella estrema costruzione e massima verità, tra l’essere vero e il non essere naturalista, essere altro da te e te: questi secondo me sono i segreti dell’attore. In Francia sono stati scritti libri sul lavoro di Bobò, mentre in Italia è ancora visto come un handicappato. Eppure, io dico che in tutti i paesi riesce a catalizzare la scena… come fa non lo so, dopo dieci anni riesco a capire cosa c’è dietro.