Attore e regista teatrale, Pippo Delbono aggiunge alla sua esperienza artistica, iniziata negli anni 0ttanta in Danimarca con Ibel Nagen Rasmussen e amplificata con il Wuppertaler Tanztheater di Pina Baush, la realizzazione ed il coordinamento di Guerra (David di Donatello- 2004) e di Grido, due lungometraggi. Una forma d’arte contemporanea la sua, che si presenta sia nei sui film che negli spettacoli a teatro come qualcosa di forte che ogni volta racconta poeticamente la realtà o spazi di realtà. E ogni volta è unica. Sembra quasi che la profondità di quest’uomo, la sua anima, siano captate dalla stessa compagnia che lo segue ormai da quindici anni. Tutto, nel complesso, appare rappresentare uno stesso livello di equilibrio interiore che poi si concretizza nella messa in scena. Non sempre c’è una morale, non sempre c’è un senso e spesso si può anche non capire quello che viene manifestato, ed è proprio qui la chiave di questa magia.
Il 6 settembre 2007 ha presentato a Spoleto "Obra Maestra", l'opera lirica sperimentale tratta da un progetto inedito di Frank Zappa che ha sollevato una serie di discussioni e polemiche. E’ molto raro che nel panorama della scena lirica italiana si susciti tanto clamore. Meravigliato di questa eco?
Da una parte si e dall’altra no, credo che fare l’arte oggi significhi anche scontrarsi con un sistema. Ho lavorato partendo da una creazione basata sul senso comune di una generazione alla quale appartengo, quella cioè di chi ha deciso di mollare tutto per fare l’attore e di andare contro il sistema politico. Non sono capace di mettere in scena qualcosa che non mi appartiene, sono passati venticinque anni da quando i miei spettacoli avevano dei personaggi. In questo senso ho ucciso la narrazione. Obra Maestra chiamandosi opera lirica sperimentale ha in sé il desiderio del cambiamento, di rinnovare qualcosa. Il problema vero è che ci siamo dimenticati che l’arte nasce come fatto di rivolta, poi la borghesia ha preso in mano l’opera e il teatro facendone un qualcosa che appartiene a un mondo che ormai è morto.
Dopo l’esperienza del teatro lirico sperimentale di Spoleto, pensa di poter continuare la collaborazione con l’Umbria ed in particolare con Spoleto?
Penso che bisogna sempre continuare le cose dettate dall’intuizione: per caso sono venuto a vivere nelle campagne umbre, per caso ho incontrato Claudio Lepore del Teatro sperimentale di Spoleto… quello che queste cose chiedono è un rapporto di passione. Di solito nel nostro Paese i rapporti sono burocratici, tutto si è un po’ inaridito e diventa più importante il rapporto col politico che quello con l’artista. Con Spoleto, contrariamente a quello che succede intorno, abbiamo creduto nel lavoro grazie ad un rapporto di reciproca passione e la passione va seguita, perché passione vuol dire coraggio. Ecco, l’arte è anche questo. Per me è stato abbastanza naturale continuare questa intuizione.
Lei da anni sta portando avanti un nuovo movimento culturale che si manifesta ad esempio con l’inserimento della musica. Come spiega la scelta delle musiche del chitarrista rock americano? Tra l’altro non è la prima volta che utilizza Frank Zappa…
Ho sempre seguito Frank Zappa. La sua musica mi ha spesso accompagnato in momenti della mia vita, per me è stato un grande maestro. La musica è qualcosa che nasce dal sangue, bisogna sentirla. Andare a teatro non significa assistere ad una interpretazione di testi: il teatro è rimasto vecchio, classico, novecentesco se non ottocentesco. Siamo riusciti a far spegnere culturalmente il nostro Paese, forse perché avevamo tutto. I viaggi in terre più povere mi hanno fatto riflettere. In Argentina, dove ci sono movimenti di innovazione cinematografica, dove si inventano tutto e sperimentano con pochi soldi, esiste un desiderio di trovare nell’arte una forma di riscatto contro il potere, contro le morali falsi, contro la borghesia che vuole dominare. Il nostro Paese soffre del fatto che l’arte non è più un riscatto.
Enrico V è la sua unica opera tratta da un testo teatrale. Perché l’unica e perché l’Enrico V?
In questo spettacolo mi ha colpito la storia di un uomo che cerca di combattere una cosa impossibile, più grande di lui… combatte contro un grande esercito. Ci sono delle parole nell’Enrico V che sono delle grandi poesie e che ho sentito mie. Parole che ho riconosciuto essere legate ad un momento particolare che ho vissuto… le parole possono essere lette con la vita, e tu ogni volta ci metti dentro una parte di te. Lì ci sono parole che appartenevano alla mia vita… allora non è più solo Shakespeare, ma allo stesso tempo è profondamente Shakespeare.
Nel 2002 ha realizzato Guerra e più recentemente un altro olungometraggio, Grido. Com’è il suo rapporto con il cinema?
Nel cinema mi sento uno giovane. Nel teatro sono riuscito a fare della mia storia un movimento, ma il cinema è ormai un colosso. Non sanno mai come categorizzare i miei film: non sono documentari, non sono fiction. A me interessa fare il cinema perchè non ho capito qual è la mia categoria e questo mi porta a pensare che c’è qualcosa di vitale.
Da quindici anni più o meno ha una sua compagnia. Chi la conosce sa che a questa appartengono persone che sono attori non professionisti. Come mai?
Perché sono estremamente bravi. Qualcuno l’ha definito “il teatro dell’handicap”. Non ho parole. La cosa vera è che ho avuto la coincidenza di trovare persone incontrare nei luoghi più isolati, quale un manicomio o le strade di Napoli, persone che portavano sulla scena l’attualità, la bellezza, la poesia. Bobò che io chiamo il piccolo uomo, Gianluca, il bambino down… loro fanno delle cose che ti affascinano. La gente le incontri per i fatti della vita, perché tu stai vivendo un momento particolare. Nel film Grido è evidente come, in un momento legato alla malattia, ero distrutto e volevo stare con le persone che sentivo vicine alla mia condizione. Sono persone straordinarie che pur avendo dei problemi hanno una capacità di magnetismo di cui tutti gli attori affermati si rendono conto. Umberto Orsini in uno spettacolo doveva giocare a palla con Bobò, io gli ho detto di non preoccuparsi perché in scena guardano tutti Bobò. Orsini si è reso conto che questo piccolo uomo, stranamente, quando sale sulla scena ha tutta la sapienza che caratterizza un grande attore. Anche nel cinema succede… quando Bobò guarda in camera ha quella estrema costruzione e massima verità, tra l’essere vero e il non essere naturalista, essere altro da te e te: questi secondo me sono i segreti dell’attore. In Francia sono stati scritti libri sul lavoro di Bobò, mentre in Italia è ancora visto come un handicappato. Eppure, io dico che in tutti i paesi riesce a catalizzare la scena… come fa non lo so, dopo dieci anni riesco a capire cosa c’è dietro.

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